Padre Raffaele Spallanzani, La prima linea di P. Pio, EDB, Bologna 2004, pp.111 (€ 7,60)
L'opera La prima linea di P. Pio veniva stampata nel 1972 col titolo In prima linea con P. Pio. La correzione era ad opera di p. Raffaele che in tal modo modificava, di sua mano, il manoscritto. P. Raffaele conobbe P. Pio da Pietrelcina nel 1964 in occasione di un suo ricovero a San Giovanni Rotondo, ove rimase per quattro mesi.
Riportiamo l'introduzione al libro fatta dallo stesso Padre Raffaele:
“ ‘Sti Santi stanno proprio a ca' del diavolo!!” , ecco il mio compagno di viaggio, che esprime in poche parole il nostro stato d'animo. Non si arrivava mai; il caldo, la monotonia, il silenzio pesante di chi vorrebbe parlare ma poi non sa cosa dire, rendevano quelle ultime ore interminabili. Dentro, i pensieri più strani, fantasie, previsioni, che so io, sembravano chiedere silenzio, raccoglimento, vorrei dire preghiera. C'era curiosità, aspettativa e, perché no, una inconfessabile paura. Cercai di distrarmi, ripetendo la pittoresca trovata dell'amico: “Proprio vero, 'sti Santi stanno a ca' del diavolo!”.
E la terra rossa, riarsa era la roccia… e l'aridità del paesaggio sembravano confermare quelle parole… e le capre nere – le capre con le corna…Fantasie infantili! Ma la paura restava, anzi! Paura? Di che cosa?… Del Padre? Sì – cercai di capire meglio. Perché paura di quell'uomo, di quel mio confratello? La risposta mi sfuggiva – o meglio ero io che involontariamente sfuggivo ad essa. Era paura di una verifica – paura della realtà… paura di Dio, non più affrontato come problema, ma nella sua presenza oggettiva e personale.
Da più di vent'anni attendevo quel giorno… quell'incontro sempre rimandato. Questa era la volta buona – forse per questo avevo paura; era uno strano stato d'animo: mi sembrava di andare in "prima linea". Ecco, credo sia questa l'espressione più giusta e più vera – e fu anche in quelle ore l'impressione o, meglio, l'idea che si fece sempre più chiara e dominante. In prima linea!! Non avrei certo saputo immaginarlo o definirlo – ma sentivo che era così.
Andavo al fronte, nel pieno della lotta, per la prova del fuoco. Eppure, quante volte fino dai primi giorni, alle prime esperienze dell'apostolato, mi ero creduto all'avanguardia, nelle truppe d'assalto – già la vita del cristiano militante è una battaglia – entrando poi nell'ordine francescano dovevo fare mio il meraviglioso slancio del cavaliere di Gesù, l'araldo del Gran Re…: col sacerdozio poi venivo addirittura impegnato totalmente per il Regno e per guidare alla lotta. Eppure… dopo – nella realtà, mi trovavo nelle retrovie – le belle idee si riducevano a parole.
Consacrarsi a Maria vuol dire votarsi alla lotta senza quartiere contro il nemico di Lei, essere il calcagno della Regina delle vittorie per schiacciare la testa del serpente (cf. Gen 3,15 e Ap 12,17). Ma, quanti sogni anche in questo! Allora? Avvilimenti – crisi – disperazioni – ribellioni – miserie – ritorni. E intanto, col passare degli anni, si scavava nell'anima il vuoto della stanchezza, dell'inutilità… Si attendeva un ripasso, una mossa, un cambiamento radicale, "dentro", perché tutto sembrava troppo esterno – le retrovie della guerra di Dio restavano alla periferia dell'anima. E non erano certo maturate le dedizioni – le generosità, o più rette le intenzioni – anzi forse ci si sentiva stanchi di questo. Dare, darsi fino allo svuotamento, fino all'esaurimento… e poi trovarsi con le mani vuote, nel risveglio di una realtà diversa. Aver pregato, aver sacrificato, aver sofferto e avere la sempre più netta percezione che tutto sia servito per l'orgoglio, per riempirsi della nausea dell'amor proprio pur volendo combattere e vincere.
Scoprirci sconfitti da noi stessi… non dal nemico – non sul campo di battaglia, non certo in prima linea. Anche se gli altri, e a volte anche noi, si poteva pensarlo. La giovinezza – la crisi del dopoguerra – il bisogno di umanità – di naturalezza- di leggi – di sostanza: tutti elementi che spiegano lo stato d'animo di chi entrava nella vita. Poi le delusioni – gli errori – i colpi di testa – le contestazioni più o meno aperte, e la prima linea sembrava proprio il mondo dei giovani con quel fondo agitato che avrebbe preparato le generazioni di oggi.
…Nuovo modo di concepire Dio – la religione – l'amore – nuovo modo di esprimere tutto questo – nuovo modo di comportarsi per rompere i ponti e aprire le porte alla nuova umanità nata dall'inferno della guerra. Al fronte era vivere tra essi – far nostri i loro problemi, essere i fratelli di tutti, disponibili a chiunque. La prima linea era il mondo della miseria, era l'ambiente del dolore e della tristezza. E si veniva accolti, amati, curati… forse idolatrati… e per questo ci si illudeva; più o meno coscientemente ci si credeva dei surrogati di Dio. Già capaci di amare e di dare amore.
Ma ci si svegliava alla prima svolta della realtà: i giovani – il dolore, la miseria, la tristezza degli uomini non cercavano dei surrogati, ma la realtà – cercavano DIO! Cercavano l'amore che è Lui e che solo può renderci capaci di amare e di amarci. …Cercavano noi… ma per trovare Dio, per sentirsi amati da Dio. La realtà dei fatti ci scopriva miseri e deboli come loro, illusi e delusi come loro, con questa tremenda differenza: noi dovevamo avere quel Dio che essi cercavano, e non l'avevamo! Scoprire che Dio non era il nostro vero ed unico amore, non era il compagno e l'amico della nostra solitudine – quindi non era la forza della nostra coerenza e della nostra rinuncia, ma solo una specie di fe-ticcio mentale o un motivo professionale…
Era una scoperta dapprima allucinante, poi drammatica. Dunque tutto era stato vano, tutto era frutto personale. Dunque ai fratelli avevamo dato solo noi stessi: un po' di polvere che con niente diviene fango. Perché continuare? Tornare indietro? No, il mondo, la carne, la vanità non potevano illuderci – e d'altra parte continuare così non sarebbe stato il modo più ipocrita e inutile di vivere? Morire!!! Specie se il fisico non avendo retto al logorio, era già pronto per il salto finale, con una specie di apatia per tutto: era una soluzione? La morte avrebbe avuto un senso dopo una vita più o meno lunga ma concretamente vissuta, ma la vita era stata tale? Cos'era la vita? Scendendo a San Giovanni Rotondo sfinito "dentro" e "fuori" mi accorsi che non avevo ancora trovato una risposta. Forse avevo paura di questo.

